| V I S U A L I Z Z A D I S C U S S I O N E |
| allegra |
Inserito il - 04/06/2008 : 21:24:51 Carl Jung afferma,nella sua biografia ,di aver notato , esaminando tanti pazienti nella sua carriera di psicologo, che oltre il novanta per cento della sofferenza psicologica va imputata a carenze spirituali. Non � vero che i beni materiali e il successo riempiono la vita ; per essere felice l'uomo ha bisogno di nutrire soprattutto lo spirito. |
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| Piccolo Principe |
Inserito il - 04/06/2008 : 23:47:30 Citazione: Messaggio inserito da Acqua
Comunque penso che anche una parte delle malattie fisiche sia una conseguenza delle carenze spirituali.
Acqua � un'esperta di Jung  |
| Acqua |
Inserito il - 04/06/2008 : 23:15:24 Comunque penso che anche una parte delle malattie fisiche sia una conseguenza delle carenze spirituali. |
| Acqua |
Inserito il - 04/06/2008 : 23:13:26 Sempre per quanto riguarda l'interpretazione dei sogni vi consiglio il sito di Supereva che si basa tutto sulle teorie di Jung. |
| Raggio di Luna |
Inserito il - 04/06/2008 : 23:01:48 Li Cercher�, non lo sapevo |
| Acqua |
Inserito il - 04/06/2008 : 22:57:56 Puoi trovare libri che ti aiutano ad interpretare i sogni, scritti dagli allievi di Jung, che continuano il suo studio: J. de la Rocheterie e Marie Von Franz |
| Raggio di Luna |
Inserito il - 04/06/2008 : 22:51:57 Anche a me interessa l'interpretazioni dei sogni , grazie. |
| Acqua |
Inserito il - 04/06/2008 : 22:47:32 Bella la poesia. Per quanto riguarda Jung condivido molto il suo pensiero e le sue teorie. Anche per l'interpretazione sui sogni mi baso sui suoi studi. Ve lo consiglio....... |
| Raggio di Luna |
Inserito il - 04/06/2008 : 22:32:04 Davvero molto bella, adoro la Luna. |
| allegra |
Inserito il - 04/06/2008 : 21:57:54 Bellissima poesia, grazie . |
| Millennium |
Inserito il - 04/06/2008 : 21:50:11 a suffragio di quanto dici, c'� una poesia del Leopardi che � significativa:
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Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, Contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita La vita del pastore. Sorge in sul primo albore; Move le greggia oltre pel campo, e vede Greggi, fontane ed erbe; Poi stanco si riposa in su la sera: Altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale Al pastor la sua vita, La vostra vita a voi? dimmi: ove tende Questo vagar mio breve, Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e pi� e pi� s'affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva Col� dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale � la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica, Ed � rischio di morte il nascimento Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso La madre e il genitore Il prende a consolare dell'esser nato. Poi che crescendo viene, L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre Con atti e con parole Studiasi fargli core, E consolarlo dell'umano stato: Altro ufficio pi� grato Non si fa da parenti alla lor prole. Ma perch� dare al sole, Perch� reggere in vita Chi poi di quella consolar convenga? Se la vita � sventura, Perch� da noi si dura? Intatta luna, tale � lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che s� pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir della terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi Il perch� delle cose, e vedi il frutto Del mattin, della sera, Del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Rida la primavera, A chi giovi l'ardore, e che procacci Il verno co' suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, Che son celate al semplice pastore. Spesso quand'io ti miro Star cos� muta in sul deserto piano, Che, in suo giro lontano, al ciel confina; Ovver con la mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in ciel arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono? Cos� meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell'innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti D'ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre l� donde son mosse; Uso alcuno, Alcun frutto Indovinar non so. Ma tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri Che dell'esser mio frale, Qualche bene o contento Avr� fors'altri; a me la vita � male.
O greggia mia che posi, oh te beata Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perch� d'affanno Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma pi� perch� giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Tu se' queta e contenta; E gran parte dell'anno Senza noia consumi in quello stato Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, E un fastidio m'ingombra la mente, ed uno spron quasi mi punge S� che, sedendo, pi� che mai son lunge Da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, E non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda, o quanto, Non so gi� dir; ma fortunata sei. Ed io godo ancor poco, O greggia mia, n� di ci� sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: Dimmi: perch� giacendo A bell'agio, ozioso, S'appaga ogni animale; Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avvess'io l'ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Pi� felice sarei, dolce mia grerggia, Pi� felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, Mirando l'altrui sorte, il mio pensiero: Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, � funesto a chi nasce il d� natale. |
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